Qui si accasa l’asino, cronache tristanzuole da Montecarlo
Il fatto che nel giro del presidente della Camera e della sua nuova famiglia sia spuntato in circostanze moralmente dubbie l’appartamentino monegasco per un cognato è rilevante, non sorprendente viste le abitudini italiane in fatto di proprietà immobiliari e affitti (qui si accasa l’asino, si direbbe); ma è anche un fatto ridicolo, perfino grottesco, e una punta triste. La notizia è ben trovata, la campagna ha sfondato, forse Fini si dovrà dimettere, l’anatra comunque zoppica.
21 AGO 20

Il fatto che nel giro del presidente della Camera e della sua nuova famiglia sia spuntato in circostanze moralmente dubbie l’appartamentino monegasco per un cognato è rilevante, non sorprendente viste le abitudini italiane in fatto di proprietà immobiliari e affitti (qui si accasa l’asino, si direbbe); ma è anche un fatto ridicolo, perfino grottesco, e una punta triste. La notizia è ben trovata, la campagna ha sfondato, forse Fini si dovrà dimettere, l’anatra comunque zoppica, e con lei zoppica tutta la campagna di beatificazione in vita dello sfidante e del dissenziente orchestrata in nome della rottura con il Cav. dalla stampa liberal. Dicono persino che ci sia dell’altro, e le notizie di famiglia in casa Rai non sono certo consolanti né rassicuranti.
Spero che chi ha gioito sappia vedere anche l’altra faccia del problema. Il fattore fango, lo sleaze factor, non è un’esclusiva della vita pubblica italiana. Storie disinvolte di trattamento del patrimonio altrui, privato o pubblico, circolano dovunque e hanno dovunque una certa influenza nella costruzione e distruzione di carriere più o meno promettenti. Il sapore che l’opinione pubblica si trova in bocca nei casi di familismo amorale è acido, il comportamento conseguente è giustamente intrattabile. La stampa celebra la propria funzione inquisitoria, e in effetti sotto il profilo dello scrutinio cronistico del potere niente è meglio dello scandalo circostanziato, quando sia basato su fatti che reggono alla prova del contraddittorio.
Nel mondo occidentale, in genere, questo fattore spazzatura è abbastanza limitato e confina mestamente con l’area della più vigorosa competizione politica tra programmi economico sociali, dilemmi tra tasse e spesa pubblica, tra guerra e pace, lotte tra istituzioni e formazioni d’opinione e di interessi tra loro alternative. L’uomo è ovunque fatto di fango o creta, se si voglia essere benevoli, ma se altrove qualcuno nelle classi dirigenti ogni tanto pesta una cacca, da noi prevale la logica del ventilatore e lo schizzo sporcificante non risparmia praticamente nessuno, diventa materia esclusiva del conflitto, invade l’informazione e il discorso pubblico senza requie. La questione morale italiana è tutta qui: da noi la spazzatura tende ormai da molti anni a esaurire la politica, a divorarla, a plasmarla secondo norme o costanti vomitevoli, in un delirante ballo universale sulla piazza di Sputtanopoli.
Capisco anche troppo bene la gioia infinita che si prova nel vedere il nemico o l’amico degenerato in nemico a terra, nella polvere, ma se poi nel suo volto sfregiato si riflette il nostro volto? Insomma, lo scandalismo fa parte del gioco, ma non merita più di una maligna e intermittente attenzione: non è il sostituto della politica, l’incanaglimento universale.
Spero che chi ha gioito sappia vedere anche l’altra faccia del problema. Il fattore fango, lo sleaze factor, non è un’esclusiva della vita pubblica italiana. Storie disinvolte di trattamento del patrimonio altrui, privato o pubblico, circolano dovunque e hanno dovunque una certa influenza nella costruzione e distruzione di carriere più o meno promettenti. Il sapore che l’opinione pubblica si trova in bocca nei casi di familismo amorale è acido, il comportamento conseguente è giustamente intrattabile. La stampa celebra la propria funzione inquisitoria, e in effetti sotto il profilo dello scrutinio cronistico del potere niente è meglio dello scandalo circostanziato, quando sia basato su fatti che reggono alla prova del contraddittorio.
Nel mondo occidentale, in genere, questo fattore spazzatura è abbastanza limitato e confina mestamente con l’area della più vigorosa competizione politica tra programmi economico sociali, dilemmi tra tasse e spesa pubblica, tra guerra e pace, lotte tra istituzioni e formazioni d’opinione e di interessi tra loro alternative. L’uomo è ovunque fatto di fango o creta, se si voglia essere benevoli, ma se altrove qualcuno nelle classi dirigenti ogni tanto pesta una cacca, da noi prevale la logica del ventilatore e lo schizzo sporcificante non risparmia praticamente nessuno, diventa materia esclusiva del conflitto, invade l’informazione e il discorso pubblico senza requie. La questione morale italiana è tutta qui: da noi la spazzatura tende ormai da molti anni a esaurire la politica, a divorarla, a plasmarla secondo norme o costanti vomitevoli, in un delirante ballo universale sulla piazza di Sputtanopoli.
Capisco anche troppo bene la gioia infinita che si prova nel vedere il nemico o l’amico degenerato in nemico a terra, nella polvere, ma se poi nel suo volto sfregiato si riflette il nostro volto? Insomma, lo scandalismo fa parte del gioco, ma non merita più di una maligna e intermittente attenzione: non è il sostituto della politica, l’incanaglimento universale.
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
